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Romano Penna, «La questione della dispositio rhetorica nella lettera di Paolo ai Romani: confronto con la lettera 7 di Platone e la lettera 95 di Seneca», Vol. 84 (2003) 61-88
La questione della dispositio rhetorica nella lettera di Paolo ai Romani: confronto con la lettera 7 di Platone e la lettera 95 di Seneca
I. Il problema
Da almeno tre decenni ormai la ricerca sulla retorica antica ha fatto irruzione negli studi sul Nuovo Testamento1. L’operazione è mossa da un intento lodevole, poiché con la metodologia elaborata da questa specifica scienza si cerca di meglio "penetrare nel cuore del linguaggio della rivelazione in quanto linguaggio religioso persuasivo e valutare il suo impatto nel contesto sociale della comunicazione"2. In effetti, a partire fin dal Gorgia platonico, la retorica viene definita essenzialmente come "artefice di persuasione (peiqou=j dhmiourgo/j)", in quanto la persuasione da essa perseguita è connessa "con la convinzione, non con l’insegnamento (pisteutikh=j a)ll’ou) didaskalikh=j)"3. Si può dire che, in qualche modo, la retorica ha a che fare con le tecniche della seduzione o con la logica del predatore, in quanto cerca di catturare l’adesione di un ascoltatore4. E certamente questo intendono fare anche gli scritti neotestamentari, soprattutto le lettere di Paolo. I molti teorici antichi, da Aristotele a Cicerone a Quintiliano, hanno dato forma e metodo a un’arte che al tempo delle origini cristiane costituiva la parte sostanziosa di quello che oggi chiameremmo insegnamento


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